🎓 Cina

Come funziona la scuola, i metodi didattici, i risultati, i confronti internazionali e cosa l'Italia potrebbe prenderne a esempio.

Il sistema scolastico

La Cina gestisce il sistema educativo di gran lunga più grande al mondo, fondato su un principio cardine: i nove anni di istruzione obbligatoria e gratuita (jiunian yiwu jiaoyu), sanciti dalla Legge sull'istruzione obbligatoria del 1986 e successive revisioni. L'obbligo copre la scuola primaria e la scuola media inferiore. Nel 2023 il tasso di completamento dell'istruzione obbligatoria novennale ha raggiunto circa il 95,7%, un dato molto elevato per un Paese di queste dimensioni.

La struttura più diffusa è il modello 6-3: sei anni di scuola primaria (xiaoxue), che iniziano di norma a sei anni e terminano intorno ai dodici, seguiti da tre anni di scuola media. In alcune aree convive il modello 5-4 (cinque anni di primaria e quattro di media) e un modello "novennale continuo" in cui gli alunni frequentano un'unica scuola per tutti e nove gli anni. Dopo l'obbligo, la scuola secondaria superiore (accademica o professionale) non è gratuita e l'accesso all'università è regolato dal celebre esame nazionale, il gaokao.

La gestione è fortemente decentrata sul piano amministrativo ma centralizzata su curriculum e standard. Il Ministero dell'Istruzione fissa i programmi nazionali; la responsabilità operativa e il finanziamento ricadono su province, contee e municipalità. Questo modello decentrato di finanziamento è una delle radici storiche delle disuguaglianze territoriali, perché la ricchezza delle amministrazioni locali varia enormemente.

Nella primaria, il curriculum è dominato da lingua e letteratura cinese (yuwen) e matematica, che insieme assorbono circa il 60% del monte ore; seguono educazione fisica, musica, arte, scienze naturali, "morale e stato di diritto" (educazione civico-ideologica) e, tipicamente dalla terza classe, l'inglese. Va segnalato che una quota curricolare è dedicata all'educazione ideologica e patriottica, componente strutturale del sistema.

Sulla formazione degli insegnanti: la via classica sono le "università normali" (shifan daxue), ma non è più l'unica. Dal 2020-2021 il Ministero ha riformato la certificazione: laureati di qualsiasi disciplina possono insegnare superando l'Esame nazionale di certificazione dei docenti, mentre gli studenti dei programmi normali a esenzione delle tasse possono ottenere l'abilitazione tramite esami interni. La professione docente gode di un riconoscimento istituzionale (dal 1985 esiste una Giornata nazionale dell'insegnante, il 10 settembre: istituita il 21 gennaio 1985 e celebrata per la prima volta il 10 settembre 1985) e di prestigio culturale, pur con retribuzioni storicamente modeste e forte pressione lavorativa.

I metodi didattici prevalenti

La didattica cinese è spesso descritta, in modo semplicistico, come "memorizzazione meccanica". La realtà è più articolata. Prevale un insegnamento frontale a tutta la classe (whole-class teaching), con classi numerose, lezioni molto strutturate e un ruolo centrale dell'insegnante come guida. Questo modello, però, punta a una comprensione profonda e progressiva dei concetti, soprattutto in matematica, dove la pratica ripetuta è finalizzata alla padronanza e all'automatismo, non alla mera ripetizione.

Un tratto distintivo e molto studiato all'estero è il sistema dei gruppi di ricerca didattica (jiaoyanzu): comunità professionali di insegnanti della stessa materia che, all'interno della scuola e in rete tra scuole, pianificano collettivamente le lezioni, osservano le lezioni dei colleghi e le rielaborano insieme. È una forma consolidata di lesson study e sviluppo professionale continuo, radicata nella tradizione dal 1949, considerata uno dei motori della qualità dell'insegnamento.

Dal 2001 è in corso una riforma curricolare orientata alla cosiddetta "educazione di qualità" (suzhi jiaoyu), che mira a superare l'impostazione puramente orientata agli esami, valorizzando creatività, competenze e collaborazione. L'esempio più recente e radicale è la politica della "doppia riduzione" (shuang jian) del luglio 2021, che ha ridotto drasticamente compiti a casa e ripetizioni private a pagamento per gli alunni dell'obbligo, incoraggiando attività extrascolastiche, sport e interazione genitori-figli.

Risultati ed evidenze

Nelle rilevazioni internazionali, gli studenti cinesi ottengono risultati eccezionali. Nel PISA 2018 il gruppo di quattro entità cinesi testate — Pechino, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang (sigla B-S-J-Z) — si è collocato al primo posto mondiale in lettura, matematica e scienze, superando anche Singapore. Nel PISA 2022, invece, la Cina non ha prodotto risultati: l'OCSE riferisce che le scuole erano chiuse per le restrizioni COVID nel periodo di raccolta dati, quindi non ci sono punteggi pubblicabili per quel ciclo. Questo è un dato importante di cautela.

Va sottolineato con onestà che i punteggi PISA cinesi si riferiscono solo ad alcune tra le province più ricche e sviluppate, non all'intero Paese: non sono rappresentativi delle vaste aree rurali e interne. Diversi ricercatori hanno evidenziato che la popolazione effettivamente testata sottorappresenta gli adolescenti svantaggiati, il che gonfia il quadro medio.

Sul fronte dell'equità, il sistema mostra tensioni profonde. Il sistema di registrazione della residenza (hukou) lega i diritti scolastici al luogo di origine: milioni di figli di lavoratori migranti faticano ad accedere alle scuole pubbliche urbane gratuite, mentre milioni di "bambini lasciati indietro" (left-behind) restano nelle campagne con i nonni. Fonti stimano decine di milioni di minori in queste condizioni (dati del Ministero indicavano circa 14 milioni di bambini migranti e quasi 14 milioni di left-behind al 2019). La disuguaglianza urbano-rurale ha ormai sostituito quella costa-interno come principale frattura educativa.

Riguardo a TIMSS (indagine su matematica e scienze), è corretto precisare che la Cina continentale non partecipa ufficialmente: nelle graduatorie compaiono Hong Kong, Macao e Taiwan (Chinese Taipei), sistemi distinti. Nel TIMSS 2023, ad esempio, ai vertici della quarta classe si collocano Singapore, Chinese Taipei, Corea, Hong Kong e Giappone. Attribuire quei risultati alla Cina continentale sarebbe scorretto.

Confronti internazionali

Nel confronto globale, le entità cinesi testate si collocano ai vertici assoluti, in un gruppo di testa asiatico che comprende Singapore, Corea del Sud, Giappone, Hong Kong e Taiwan. Rispetto all'Italia, il divario nelle rilevazioni PISA è marcato, soprattutto in matematica, dove gli studenti delle province cinesi più avanzate ottengono punteggi nettamente superiori alla media OCSE, mentre l'Italia si colloca intorno o poco sotto la media dell'area.

Il confronto, però, va maneggiato con prudenza per due ragioni. Primo, la Cina espone solo un campione d'élite territoriale, mentre l'Italia partecipa con un campione nazionale rappresentativo. Secondo, il modello cinese ottiene questi risultati a costo di un carico di studio molto elevato: prima delle riforme recenti, il tempo di studio settimanale degli studenti cinesi era stimato intorno alle 55 ore, contro una media internazionale di circa 44. È un confronto tra sistemi con filosofie e costi sociali diversi.

Cosa si dice di questo modello nel mondo

La reputazione internazionale del modello cinese è ambivalente. Da un lato suscita ammirazione per gli esiti misurabili, la disciplina, la solidità della preparazione matematica e la qualità dello sviluppo professionale dei docenti tramite i jiaoyanzu. Dall'altro è oggetto di critiche ricorrenti.

La prima critica riguarda la rappresentatività dei dati PISA: think tank e ricercatori (ad esempio contributi ospitati dal Fordham Institute e da NORRAG) hanno messo in dubbio quanto i punteggi delle province ricche rispecchino il Paese reale. La seconda critica riguarda il benessere degli studenti: la pressione dell'impianto orientato agli esami, culminante nel gaokao, è associata a stress, ansia e problemi di sonno. La stessa "doppia riduzione" nasce come risposta a questa ansia diffusa.

Vi è poi scetticismo sull'efficacia reale delle riforme "di qualità": analisi accademiche parlano di una "illusione del suzhi jiaoyu", poiché gli obiettivi dichiarati confliggono con esami la cui posta in gioco resta altissima per la mobilità sociale. Studi sulla doppia riduzione segnalano effetti positivi (meno ansia, maggiore soddisfazione dei genitori) ma anche controindicazioni: aumento del carico di lavoro dei docenti (oltre il 90% riferisce orari più lunghi), persistenza di ripetizioni "sommerse" e difficoltà delle scuole rurali a offrire attività alternative.

Lezioni per l'Italia

Alcuni elementi del modello cinese sono trasferibili e utili anche in un contesto democratico e decentrato come quello italiano. Il più promettente è la collaborazione strutturata tra insegnanti: i jiaoyanzu e la pratica del lesson study — pianificazione condivisa, osservazione reciproca in aula, revisione collettiva delle lezioni — sono modelli di sviluppo professionale a basso costo e alta efficacia, replicabili in una rete di scuole. Anche l'attenzione a una progressione matematica solida, basata sulla padronanza prima della complessità, offre spunti concreti.

Al contrario, ci sono aspetti che l'Italia non dovrebbe imitare. Il carico di studio estremo e la cultura ipercompetitiva dell'esame producono costi psicologici documentati e comprimono creatività e collaborazione. Il legame tra diritti scolastici e residenza (hukou) è profondamente iniquo e incompatibile con i principi costituzionali italiani. Infine, va evitata la tentazione di trarre conclusioni dai punteggi PISA cinesi senza ricordare che riflettono solo aree d'élite.

La lezione più equilibrata è forse questa: la Cina mostra che investire nella qualità e nella professionalità collaborativa dei docenti paga, ma mostra anche, attraverso le sue stesse riforme (doppia riduzione, educazione di qualità), che l'efficienza negli esami non equivale a un buon sistema educativo. È un monito utile anche per l'Italia: rincorrere solo i punteggi rischia di replicare i problemi, non i successi.

Fonti